Paneolio

Parole e pensieri seduto ad un tavolo sotto alla pergola, una bottiglia di vino, pane olio e sale, qualche amico.
set 10
2011

Alce ubriaca

Inserito da Flavio in alcol

Flavio

Questa mi ha fatto molto ridere: in Svezia un alce si è ubriacata mangiando mele fermentate, in preda all'ebrezza etilica si è arrampicata su un albero ed è rimasta incastrata con le gambe a penzoloni.

Qui sotto la foto. Pagherei per vedere la faccia dello svedese che uscendo di casa ha trovato un alce strafatta su un albero del suo giardino...

set 06
2011

Terrina di storno

Inserito da Flavio in prodotti , conserve

Flavio

terrina di stornoTra le diverse conserve assaggiate in Corsica ce n'è una che mi ha divertito e ne ho comprati alcuni vasetti da regalare agli amici: terrina di storno al mirto. Quella che ho provato io è fatta da Charles Antona, che produce ad Ajaccio anche altre terrine e conserve tradizionali della gastronomia Corsa. Buona. E divertente la faccia degli amici quando vedono gli uccellini disegnati sull'etichetta. Ora so che mi attirerò tuoni e fulmini da parte di molti di voi. Premesso che non sono un cacciatore, e che per altro non ho nulla contro la caccia se fatta a modo, devo dire che non ho alcuna difficoltà a mangiare storni o altri uccelletti. Ovvio che tutto dipende dalle modalità e dalla quantità delle catture. 

Insomma a me la terrina di storno è piaciuta. E voi che ne dite?

 

Per chi fosse interessato, questo è il sito del produttore Charles Antona:

http://www.corsicagastronomia.com

 

 

set 03
2011

Ciao Daniele

Inserito da Flavio in Untagged 

Flavio

Ok. Forse qualcuno l'avrà notato, forse no: keBuono è rimasto fermo negli ultimi mesi.

Sono successe alcune cose, è successo che Daniele non c'è più. Non è questo il posto per parlarne, chi ha avuto il piacere di conoscerlo sa quanto ci mancherà, e quanto siamo comunque contenti per avere avuto la fortuna di condividere con lui un pezzo di cammino.

C'è voluto un po perché ritornasse la voglia di far ripartire keBuono, anche senza Daniele, anche per Daniele, che di keBuono è stato uno degli artefici sin dall'inizio.

Ciao Daniele, grazie.

 

nov 20
2010

Ni una más

Inserito da Flavio in Untagged 

Flavio

femminicidioNon una di più. Questo sussurra la voce del deserto a Ciudad Juárez, alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Una frontiera che pare la strozzatura di una cloaca. Una città dove s'ingolfano soldi, droga, sfruttamento della prostituzione, traffico di migranti; la città più violenta dell'America Latina, dove i morti della narco-guerra si contano a migliaia, dove la morte non rispetta ne bambini ne donne.

Non una di più. Sono 900 le donne che dal 1993 sono sono state rapite, torturate, stuprate, mutilate e uccise. Novecento, stupro, tortura. Numeri e parole perdono senso, rappresentano la follia. Novecento corpi ritrovati nel deserto. Novecento donne, ragazze, alcune ancora bambine, senza contare le centinaia di ragazze sparite, che non sono mai state ritrovate.

La maggior parte erano operaie che lavoravano per pochi pesos nelle maquiladoras, le fabbriche di assemblaggio dove vengono delocalizzate le produzioni delle multinazionali che servono il mercato USA: basta superare la frontiera di pochi chilometri per trovare in Messico operai a basso costo e senza diritti oltre a leggi ambientali più compiacenti.

Una scia di sangue nella sabbia del deserto. Venti anni di morti orribili e senza senso. Venti anni di impunità coperta da complicità e corruzione. Venti anni di silenzio, di indifferenza, una storia troppo dura per essere telegenica.

Marisela Ortìz Rivera, Presidente dell'associazione Nuestras hijas de regreso a casa, (Le nostre figlie tornino a casa, associazione dei genitori delle vittime), cittadina onoraria di Torino e insignita del Giglio d'Oro a Firenze racconterà delle ragazze di Ciudad Juárez.

Venerdì 26 novembre, alle ore 17.30, al circolo Arci Isolotto di via Maccari 104 a Firenze.

Scarica qui il volantino

lug 15
2010

Latterie turnarie

Inserito da Flavio in tradizione

Flavio

 

Le latterie turnarie sono una forma di cooperazione molto antica tra piccoli allevatori, le prime risalgono al secolo XVI ma fiorirono sopratutto a partire  secolo XIX.

In pratica le famiglie di piccoli allevatori portavano il proprio latte ogni giorno alla latteria dove a turno producevano il formaggio. I formaggi ottenuti venivano poi ridistribuiti tra le famiglie in modo proporzionale alla quantità di latte conferita da ciascuno.

In altri casi il casaro era sempre lo stesso, ma ogni "casarada" (la produzione di una giornata) veniva assegnata a turno alle famiglie in base alla quantità di latte consegnato.

Questa sorta di consorzio permetteva di dividere la spesa per i materiali e la legna per il fuoco e consentiva di suddividere il tempo dedicato alla trasformazione.

Per questo motivo sorsero ad iniziare dalle zone alpine montane dove le famiglie disponevano di poche vacche ciascuna, in tutto l'arco alpino troviamo infatti formaggi denominati "latteria" che devono il nome a questa tradizionale modalità collettiva di produzione.

Le latterie turnarie divennero centrali nella vita economica e sociale delle comunità alpine e da queste si svilupparono le latterie sociali, i consorzi e le cooperative che gestiscono anche la vendita dei formaggi prodotti (con suddivisione di spese e ricavi tra i produttori soci).

Ancora oggi sono attive alcune latterie turnarie come ad esempio quella situata a Peio (Val di Peio, in Trentino) in piazza San Giorgio 2 della quale consiglio vivamente la visita.

 

lug 10
2010

I romantici delle pagine culturali...

Inserito da Flavio in un altro mondo , industria , etico

Flavio

Sollecitato dai conduttori (anche loro... mannaggia) De Castro ha sostenuto che visto che gli agricoltori italiani sono in un momento di grande difficoltà a causa dei prezzi bassi che non permettono un reddito sufficiente, in questo momento difficile temi quali i mercati locali, la stagionalità, i presìdi (slow-food), ecc. sono romanticherie che andrebbero messe nelle pagine culturali dei giornali e non nelle pagine economiche. Nelle pagine economiche, nelle istituzioni che si occupano di economia,  occorrerebbe invece parlare di temi più seri: le imprese, il lavoro, discutere su come portare il ricchissimo patrimonio enogastronomico italiano sugli scaffali della grande distribuzione e nel mercato globale, pensare alle energie rinnovabili come reddito aggiuntivo per gli agricoltori.

Ho il sospetto che le energie rinnovabili, l'eolico, il biogas, il solare, in Italia siano in larga misura ancora terreno di conquista per i soliti faccendieri e intrallazzatori e non precisamente per i piccoli agricoltori. Spero di sbagliare, ma guarda un po... è rispuntato dalle nebbie degli anni '80 niente meno che Flavio Carboni, arrestato pochi giorni fa proprio in relazione ad appalti per l'eolico in Sardegna.

Ora per quanto riguarda l'agricoltura e la gastronomia, sono disposto ad ammettere di essere un "romantico" e che (se ci fossero ancora, e se qualcuno le leggesse) le "pagine culturali" dei giornali dovrebbero sicuramente ospitare i temi del "buono, pulito e giusto". Però non riesco a capire perché non si riesca proprio a pensare all'agricoltura e alla gastronomia in termini diversi da quelli della dimensione dell'industria, della grande distribuzione e del mercato globale.

Ma non è ancora abbastanza evidente che il modello dell'agricoltura intensiva e industrializzata è in crisi fortissima proprio nei paesi più avanzati, che oltre a creare danni enormi all'ambiente e alla salute non riesce nemmeno più a garantire un reddito e una vita decenti agli agricoltori? Non è ancora abbastanza palese come il valore venga catturato sempre dagli anelli più forti della catena? Come le multinazionali dell'agribusiness da una parte e la grande distribuzione dall'altra schiaccino i piccoli produttori imponendo prezzi bassi e produzione intensiva?

Ma siamo proprio sicuri che il patrimonio enogastronomico italiano, quello che ancora ne resta e resiste grazie alle forti tradizioni locali e al rinnovato interesse dei "romantici", potrebbe sopravvivere senza essere completamente omologato e falsificato se si volesse portarlo in una dimensione globale? Non è ovvio che le produzioni di qualità sono fatte di territorio, di tradizioni, di cultura?

Ma non si riesce proprio, nelle "pagine economiche" e nelle istituzioni dove ha lavorato e lavora  De Castro, a considerare altro che il profitto delle grandi aziende? Non è pensabile di puntare, oltre che alla dimensione industriale del cibo, anche su piccole produzioni sostenibili e di qualità, ad aiutare le aziende agricole a dimensione familiare (che sono la maggior parte) ad uscire dalle pastoie burocratiche, ad ottenere credito in banca per innovare e investire, a poter convertire la produzione al Bio senza dover affrontare costi sostenibili solo dalle grosse aziende, oppure aiutarle a sviluppare i mercati locali dei produttori...? 

Dobbiamo per forza tenere come unica bussola il profitto d'impresa delle grandi aziende? Non si riesce proprio a dare un valore a parole come equità, dignità del lavoro, salute, cultura, giustizia sociale, ambiente, sostenibilità, bellezza? A farle pesare sul piatto della bilancia invece che estrometterle dai bilanci? Sono parole che nel giro di poche generazioni sono scomparse: in nome del "mercato" abbiamo avvelenato, distrutto equilibri, spremuto l'ambiente, gli animali e le persone, e ci illudiamo che per "uscire dalla crisi" basti insistere sulla stessa strada, e chi non è d'accordo che giochi pure a fare l'intellettuale se vuole ma per favore faccia lavorare le imprese, senza rompere troppo.

Sono solo pippe da "romantico"? Forse si, ma ho il sospetto di non essere il solo.

mag 30
2010

Certificazione Partecipata

Inserito da Flavio in un altro mondo

Flavio

La visione molto interessante è quella di voler rafforzare il rapporto di fiducia e lo scambio di conoscenze che si crea in contesti quali i mercati dei produttori o i Gruppi di Acquisto creando un sistema di certificazione partecipata condiviso tra produttori, consumatori, tecnici e (idealmente) istituzioni.

In pratica si tratta di favorire lo sviluppo di gruppi locali formati da produttori, consumatori e tecnici che attraverso incontri e visite alle aziende certifichino le pratiche bio dei produttori e nel contempo creino reti positive di relazioni e conoscenze, favorendo l'idea di collaborazione e condivisione piuttosto che di controllo e repressione.

Teresa Torremocha di Ifoam (International Federation of Organic Agriculture Movements) ha presentato esperienze di certificazione di gruppo nel mondo, sia pluriennali come nel caso del Brasile o più recenti come Francia e Spagna.

In Italia sta nascendo l'interesse (in Liguria, Lazio...) per questi temi e c'è la volontà di sperimentare questo tipo di esperienze anche in Toscana.

La prossima tappa (prima dell'estate) dovrebbe essere un incontro, anche conviviale, da svolgersi probabilmente a Firenze, per la presentazione al pubblico delle tematiche legate alle produzioni e certificazioni biologiche.

Scarica il report IFOAM

gen 17
2010

Emergenza Terremoto Haiti

Inserito da Flavio in emergenza

Flavio

La situazione ad Haiti diventa sempre più difficile di giorno in giorno e diverse organizzazioni umanitarie hanno richiesto aiuti per sostenere gli interventi in questa terribile emergenza dopo il terremoto.

Per chi volesse avere notizie sulle attività delle Ong ad Haiti o fare donazioni ecco alcuni riferimenti:

World Food Program

Resoconto delle distribuzioni di cibo e degli interventi del WFP ad Haiti

Fai una donazione

Medici Senza Frontiere

Notizie di MDF da Haiti

Fai una donazione

Oxfam

Oxfam da Haiti

Fai una donazione

Agire - Agenzia Italiana Risposta Emergenze

Sito di Agire

Fai una donazione

Croce Rossa Italiana

News sul terremoto

Fai una donazione

Caritas

Appello Caritas Italiana

Fai una donazione

 

 

gen 06
2010

Pan poss

Inserito da Flavio in sprechi

Flavio

Leggendo gli articoli sul pane che viene buttato via, che in questi giorni rimbalzano da un giornale all'altro, mi è venuta in mente, risalendo a galla dalle profondità della mia infanzia milanese, una vecchia barzelletta:

Un bambino, povero, sporco e magrolino, ogni giorno entra in una panetteria del centro di Milano (uno di quei negozi che sembrano gioiellerie, per intenderci) e tendendo la mano, con la faccina triste, chiede al panettiere: "Signur, ghe nè del pan poss?" (ovvero: Signore, avete del pane secco?);  il panettiere lo caccia via in malo modo "No! ghe nè minga... va via!". La scena si ripete per diversi giorni  finchè la moglie del Cavalier Cazzaniga, che si era trovata tra le clienti testimoni della scena, protesta: "ma perchè scaccia così quel pover fieu che ga fam... cosa le costa de daghel un po de pan poss??" (ma perchè scaccia quel povero figliolo che ha fame.. perchè non gli da un po di pane secco?)

Allora il panettiere le dice: "Pover fieu?? Quel lì lè un desgrasià, tel disi mi! Venga domani Signora e vedrà!"

Così il giorno dopo la Signora Cazzaniga si ritrova nel negozio con tutte le altre clienti; entra il bambino, fa la solita domanda: "Signur,  ghe nè del pan poss?", e il panettiere, con un occhiata di intesa alle signore, dice "Si caro, ghe nè"

E il bambino: "Alura doman fan de meno, ciula!!" (allora domani fanne di meno, scemo) e scappa via ridendo.

Oggi leggiamo che si buttano tonnellate di pane  perchè "il mercato richiede sempre più varietà", che "recuperare il pane avanzato costerebbe più che buttarlo via", "ogni famiglia butta via ogni giorno un po di pane" e così via.

Il prezzo della materia prima (farina) incide per circa l'uno per cento sui costi di produzione di un panettiere italiano, il resto sono servizi (luce, gas) e mano d'opera... e così, come per moltissime altre cose che vediamo ogni giorno intorno a noi, costa meno produrre in eccesso e buttare via gli avanzi che trovare soluzioni alternative.

Eppure questo tema del pane ha suscitato un certo clamore. Buttare via il pane ha ancora nella nostra cultura un valore simbolico, oltre che pratico, fortemente negativo.

Un tempo, quando la farina (e la legna per il forno) era un bene prezioso ed era una delle spese principali per le famiglie, si faceva il pane in grosse forme, come il "toscano" o il "pugliese", che dovevano durare almeno una settimana. E se avanzava il pane? Via con zuppe, pappe e torte per recuperare il pane duro.

Se domani vi avanza un po di pane, non lo buttate via; provate la ricetta della ribollita, è buonissima.

dic 07
2009

Anche i tonni hanno il codice a barre genetico

Inserito da Flavio in scienza

Flavio

 

Tra le applicazioni più interessanti vi è quella di poter ottenere una immagine più precisa della biodiversità del pianeta oppure  capire cosa mangiano di preciso certi animali, o ancora identificare organismi utili che possano essere utilizzati in medicina o nell'agricoltura.  

La tecnica è stata sviluppata in Canada nel 2003 e si è rapidamente sviluppata una rete di organizzazioni scientifiche (e non) che catalogano le specie: il database (on-line e consultabile da tutti) dei codici a barre genetici  ad oggi è arrivato a circa 100.000 specie.

In realtà, oltre alle molte applicazioni nel campo della ricerca, l'interesse sul "genetic barcoding" deriva dal fatto che questa tecnica consente di rispondere a due domande:

Chi possiede cosa - definendo la "proprietà biologica" delle specie si può rafforzare o indebolire la posizione di molte popolazioni indigene che richiedono la salvaguardia di piante tradizionali dai "brevetti" delle multinazionali.

Chi importa cosa - il test può essere applicato alle frontiere per identificare e respingere piante ed animali considerate pericolose od infestanti oppure il cui commercio è illegale o protetto.

Domandine mica da poco, no? E' ovvio che gli interessi in campo sono enormi, nel settore dell'Agrobusiness, nel commercio internazionale e come sempre: chi detiene l'informazione, detiene il potere.

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