Paneolio

Parole e pensieri seduto ad un tavolo sotto alla pergola, una bottiglia di vino, pane olio e sale, qualche amico.
lug 15
2010

Latterie turnarie

Inserito da Flavio in tradizione

Flavio

 

Le latterie turnarie sono una forma di cooperazione molto antica tra piccoli allevatori, le prime risalgono al secolo XVI ma fiorirono sopratutto a partire  secolo XIX.

In pratica le famiglie di piccoli allevatori portavano il proprio latte ogni giorno alla latteria dove a turno producevano il formaggio. I formaggi ottenuti venivano poi ridistribuiti tra le famiglie in modo proporzionale alla quantità di latte conferita da ciascuno.

In altri casi il casaro era sempre lo stesso, ma ogni "casarada" (la produzione di una giornata) veniva assegnata a turno alle famiglie in base alla quantità di latte consegnato.

Questa sorta di consorzio permetteva di dividere la spesa per i materiali e la legna per il fuoco e consentiva di suddividere il tempo dedicato alla trasformazione.

Per questo motivo sorsero ad iniziare dalle zone alpine montane dove le famiglie disponevano di poche vacche ciascuna, in tutto l'arco alpino troviamo infatti formaggi denominati "latteria" che devono il nome a questa tradizionale modalità collettiva di produzione.

Le latterie turnarie divennero centrali nella vita economica e sociale delle comunità alpine e da queste si svilupparono le latterie sociali, i consorzi e le cooperative che gestiscono anche la vendita dei formaggi prodotti (con suddivisione di spese e ricavi tra i produttori soci).

Ancora oggi sono attive alcune latterie turnarie come ad esempio quella situata a Peio (Val di Peio, in Trentino) in piazza San Giorgio 2 della quale consiglio vivamente la visita.

 

lug 10
2010

I romantici delle pagine culturali...

Inserito da Flavio in un altro mondo , industria , etico

Flavio

Sollecitato dai conduttori (anche loro... mannaggia) De Castro ha sostenuto che visto che gli agricoltori italiani sono in un momento di grande difficoltà a causa dei prezzi bassi che non permettono un reddito sufficiente, in questo momento difficile temi quali i mercati locali, la stagionalità, i presìdi (slow-food), ecc. sono romanticherie che andrebbero messe nelle pagine culturali dei giornali e non nelle pagine economiche. Nelle pagine economiche, nelle istituzioni che si occupano di economia,  occorrerebbe invece parlare di temi più seri: le imprese, il lavoro, discutere su come portare il ricchissimo patrimonio enogastronomico italiano sugli scaffali della grande distribuzione e nel mercato globale, pensare alle energie rinnovabili come reddito aggiuntivo per gli agricoltori.

Ho il sospetto che le energie rinnovabili, l'eolico, il biogas, il solare, in Italia siano in larga misura ancora terreno di conquista per i soliti faccendieri e intrallazzatori e non precisamente per i piccoli agricoltori. Spero di sbagliare, ma guarda un po... è rispuntato dalle nebbie degli anni '80 niente meno che Flavio Carboni, arrestato pochi giorni fa proprio in relazione ad appalti per l'eolico in Sardegna.

Ora per quanto riguarda l'agricoltura e la gastronomia, sono disposto ad ammettere di essere un "romantico" e che (se ci fossero ancora, e se qualcuno le leggesse) le "pagine culturali" dei giornali dovrebbero sicuramente ospitare i temi del "buono, pulito e giusto". Però non riesco a capire perché non si riesca proprio a pensare all'agricoltura e alla gastronomia in termini diversi da quelli della dimensione dell'industria, della grande distribuzione e del mercato globale.

Ma non è ancora abbastanza evidente che il modello dell'agricoltura intensiva e industrializzata è in crisi fortissima proprio nei paesi più avanzati, che oltre a creare danni enormi all'ambiente e alla salute non riesce nemmeno più a garantire un reddito e una vita decenti agli agricoltori? Non è ancora abbastanza palese come il valore venga catturato sempre dagli anelli più forti della catena? Come le multinazionali dell'agribusiness da una parte e la grande distribuzione dall'altra schiaccino i piccoli produttori imponendo prezzi bassi e produzione intensiva?

Ma siamo proprio sicuri che il patrimonio enogastronomico italiano, quello che ancora ne resta e resiste grazie alle forti tradizioni locali e al rinnovato interesse dei "romantici", potrebbe sopravvivere senza essere completamente omologato e falsificato se si volesse portarlo in una dimensione globale? Non è ovvio che le produzioni di qualità sono fatte di territorio, di tradizioni, di cultura?

Ma non si riesce proprio, nelle "pagine economiche" e nelle istituzioni dove ha lavorato e lavora  De Castro, a considerare altro che il profitto delle grandi aziende? Non è pensabile di puntare, oltre che alla dimensione industriale del cibo, anche su piccole produzioni sostenibili e di qualità, ad aiutare le aziende agricole a dimensione familiare (che sono la maggior parte) ad uscire dalle pastoie burocratiche, ad ottenere credito in banca per innovare e investire, a poter convertire la produzione al Bio senza dover affrontare costi sostenibili solo dalle grosse aziende, oppure aiutarle a sviluppare i mercati locali dei produttori...? 

Dobbiamo per forza tenere come unica bussola il profitto d'impresa delle grandi aziende? Non si riesce proprio a dare un valore a parole come equità, dignità del lavoro, salute, cultura, giustizia sociale, ambiente, sostenibilità, bellezza? A farle pesare sul piatto della bilancia invece che estrometterle dai bilanci? Sono parole che nel giro di poche generazioni sono scomparse: in nome del "mercato" abbiamo avvelenato, distrutto equilibri, spremuto l'ambiente, gli animali e le persone, e ci illudiamo che per "uscire dalla crisi" basti insistere sulla stessa strada, e chi non è d'accordo che giochi pure a fare l'intellettuale se vuole ma per favore faccia lavorare le imprese, senza rompere troppo.

Sono solo pippe da "romantico"? Forse si, ma ho il sospetto di non essere il solo.

mag 30
2010

Certificazione Partecipata

Inserito da Flavio in un altro mondo

Flavio

La visione molto interessante è quella di voler rafforzare il rapporto di fiducia e lo scambio di conoscenze che si crea in contesti quali i mercati dei produttori o i Gruppi di Acquisto creando un sistema di certificazione partecipata condiviso tra produttori, consumatori, tecnici e (idealmente) istituzioni.

In pratica si tratta di favorire lo sviluppo di gruppi locali formati da produttori, consumatori e tecnici che attraverso incontri e visite alle aziende certifichino le pratiche bio dei produttori e nel contempo creino reti positive di relazioni e conoscenze, favorendo l'idea di collaborazione e condivisione piuttosto che di controllo e repressione.

Teresa Torremocha di Ifoam (International Federation of Organic Agriculture Movements) ha presentato esperienze di certificazione di gruppo nel mondo, sia pluriennali come nel caso del Brasile o più recenti come Francia e Spagna.

In Italia sta nascendo l'interesse (in Liguria, Lazio...) per questi temi e c'è la volontà di sperimentare questo tipo di esperienze anche in Toscana.

La prossima tappa (prima dell'estate) dovrebbe essere un incontro, anche conviviale, da svolgersi probabilmente a Firenze, per la presentazione al pubblico delle tematiche legate alle produzioni e certificazioni biologiche.

Scarica il report IFOAM

gen 17
2010

Emergenza Terremoto Haiti

Inserito da Flavio in emergenza

Flavio

La situazione ad Haiti diventa sempre più difficile di giorno in giorno e diverse organizzazioni umanitarie hanno richiesto aiuti per sostenere gli interventi in questa terribile emergenza dopo il terremoto.

Per chi volesse avere notizie sulle attività delle Ong ad Haiti o fare donazioni ecco alcuni riferimenti:

World Food Program

Resoconto delle distribuzioni di cibo e degli interventi del WFP ad Haiti

Fai una donazione

Medici Senza Frontiere

Notizie di MDF da Haiti

Fai una donazione

Oxfam

Oxfam da Haiti

Fai una donazione

Agire - Agenzia Italiana Risposta Emergenze

Sito di Agire

Fai una donazione

Croce Rossa Italiana

News sul terremoto

Fai una donazione

Caritas

Appello Caritas Italiana

Fai una donazione

 

 

gen 06
2010

Pan poss

Inserito da Flavio in sprechi

Flavio

Leggendo gli articoli sul pane che viene buttato via, che in questi giorni rimbalzano da un giornale all'altro, mi è venuta in mente, risalendo a galla dalle profondità della mia infanzia milanese, una vecchia barzelletta:

Un bambino, povero, sporco e magrolino, ogni giorno entra in una panetteria del centro di Milano (uno di quei negozi che sembrano gioiellerie, per intenderci) e tendendo la mano, con la faccina triste, chiede al panettiere: "Signur, ghe nè del pan poss?" (ovvero: Signore, avete del pane secco?);  il panettiere lo caccia via in malo modo "No! ghe nè minga... va via!". La scena si ripete per diversi giorni  finchè la moglie del Cavalier Cazzaniga, che si era trovata tra le clienti testimoni della scena, protesta: "ma perchè scaccia così quel pover fieu che ga fam... cosa le costa de daghel un po de pan poss??" (ma perchè scaccia quel povero figliolo che ha fame.. perchè non gli da un po di pane secco?)

Allora il panettiere le dice: "Pover fieu?? Quel lì lè un desgrasià, tel disi mi! Venga domani Signora e vedrà!"

Così il giorno dopo la Signora Cazzaniga si ritrova nel negozio con tutte le altre clienti; entra il bambino, fa la solita domanda: "Signur,  ghe nè del pan poss?", e il panettiere, con un occhiata di intesa alle signore, dice "Si caro, ghe nè"

E il bambino: "Alura doman fan de meno, ciula!!" (allora domani fanne di meno, scemo) e scappa via ridendo.

Oggi leggiamo che si buttano tonnellate di pane  perchè "il mercato richiede sempre più varietà", che "recuperare il pane avanzato costerebbe più che buttarlo via", "ogni famiglia butta via ogni giorno un po di pane" e così via.

Il prezzo della materia prima (farina) incide per circa l'uno per cento sui costi di produzione di un panettiere italiano, il resto sono servizi (luce, gas) e mano d'opera... e così, come per moltissime altre cose che vediamo ogni giorno intorno a noi, costa meno produrre in eccesso e buttare via gli avanzi che trovare soluzioni alternative.

Eppure questo tema del pane ha suscitato un certo clamore. Buttare via il pane ha ancora nella nostra cultura un valore simbolico, oltre che pratico, fortemente negativo.

Un tempo, quando la farina (e la legna per il forno) era un bene prezioso ed era una delle spese principali per le famiglie, si faceva il pane in grosse forme, come il "toscano" o il "pugliese", che dovevano durare almeno una settimana. E se avanzava il pane? Via con zuppe, pappe e torte per recuperare il pane duro.

Se domani vi avanza un po di pane, non lo buttate via; provate la ricetta della ribollita, è buonissima.

dic 07
2009

Anche i tonni hanno il codice a barre genetico

Inserito da Flavio in scienza

Flavio

 

Tra le applicazioni più interessanti vi è quella di poter ottenere una immagine più precisa della biodiversità del pianeta oppure  capire cosa mangiano di preciso certi animali, o ancora identificare organismi utili che possano essere utilizzati in medicina o nell'agricoltura.  

La tecnica è stata sviluppata in Canada nel 2003 e si è rapidamente sviluppata una rete di organizzazioni scientifiche (e non) che catalogano le specie: il database (on-line e consultabile da tutti) dei codici a barre genetici  ad oggi è arrivato a circa 100.000 specie.

In realtà, oltre alle molte applicazioni nel campo della ricerca, l'interesse sul "genetic barcoding" deriva dal fatto che questa tecnica consente di rispondere a due domande:

Chi possiede cosa - definendo la "proprietà biologica" delle specie si può rafforzare o indebolire la posizione di molte popolazioni indigene che richiedono la salvaguardia di piante tradizionali dai "brevetti" delle multinazionali.

Chi importa cosa - il test può essere applicato alle frontiere per identificare e respingere piante ed animali considerate pericolose od infestanti oppure il cui commercio è illegale o protetto.

Domandine mica da poco, no? E' ovvio che gli interessi in campo sono enormi, nel settore dell'Agrobusiness, nel commercio internazionale e come sempre: chi detiene l'informazione, detiene il potere.

dic 04
2009

Capro Rosso

Inserito da Flavio in vino

Flavio

Un amico con un grandissimo amore per la sua terra e per i vini che produce ha dimostrato, se ce ne fosse bisogno, che precisamente questi sono gli ingredienti fondamentali pe fare i grandi vini.

Consiglio a tutti di guardare la degustazione di Gigi Brozzoni (guida Veronelli) e soprattutto di provare il Capro Rosso, Fattoria di Bagnolo.

(qui tutti i riferimenti)

ott 18
2009

Conserve in tempo di crisi

Inserito da Flavio in conserve

Flavio

Ogni anno in estate arrivava per nonna Maria il tempo delle "conserve". La cucina della sua casa di Pescara era il centro delle operazioni: mio nonno Giggino saliva in soffitta a prendere decine di bottiglie e barattoli di vetro raccolti durante tutto l'anno, sul tavolo si accumulavano cassette di verdure provenienti dal mercato o dai parenti della campagna, sui fornelli troneggiavano pentoloni fumanti. Da mattina a sera nonna Maria preparava le sue conserve: salsa di pomodoro, peperoni arrosto, melanzane e carciofini sott'olio, olive in salamoia, salsicce nello strutto, marmellate d'uva e fichi, pesche sciroppate... le bottiglie e i barattoli di vetro sigillati con cura venivano "riposti" in file ordinate in soffitta.

Poi a natale veniva il tempo dei "pacchi": nonna Maria infatti a dicembre preparava diversi scatoloni pieni delle sue conserve che spediva a noi "poveri figli" che abitavamo "su al nord" dove notoriamente si mangia male, prova ne era che ogni estate arrivavamo a Pescara "sciupati".

Oggi le "conserve" non si fanno più. O così almeno credevo... Ho letto infatti ( niente meno che sul Wall Street Journal ) che negli USA sarebbe in corso un gran revival delle conserve: la peggior recessione della storia e il crescente interesse per il "mangiar bene" hanno fatto si che i corsi di conserve siano strapieni, in agosto centinaia di cuochi hanno dato vita a una manifestazione di massa preparando conserve in tutto il paese (Canning Across America) , le vendite di barattoli di vetro sono salite del 30%...

Io ho iniziato a mettere da parte i barattoli per la prossima primavera, e voi?

set 29
2009

Impariamo a mangiare dai popoli indigeni

Inserito da Flavio in tradizione

Flavio
Nel libro si è analizzata l'alimentazione di 12 gruppi indigeni, come ad esempio la comunità dei Karen, in Tailandia, la cui alimentazione si basa su 387 diversi alimenti tra cui 287 vegetali e 62 frutti. Oppure i Masai del Kenia che pur vivendo in una zona arida utilizzano 35 diverse erbe e frutti selvatici, o gli Inuit che vivono nelle zone gelide del nord del Canada e si alimentano con 79 specie animali. E ancora gli abitanti del villaggio di Mand, in micronesia, dove si usano 26 tipi di banana tra cui la varietà chiamata Utin Llap che contiene quantità elevatissime di Beta-Carotene.

Purtroppo questo patrimonio di conoscenze sta rapidamente scomparendo: la FAO stima che nell'ultimo secolo, con il concentrarsi dell'agricoltura sul quartetto grano, riso, mais e soia, si è perso il 75% della diversità nelle coltivazioni.

Gli studi condotti nel libro hanno evidenziato una stretta correlazione tra il passaggio dall'alimentazione tradizionale a quella industrializzata e l'insorgere di diversi disordini alimentari, come obesità, diabete e ipertensione.

Viene riconosciuta quindi l'importanza di preservare il patrimonio dell'alimentazione tradizionale; Barbara Burlingame, della FAO, ha dichiarato che il primo passo da compiere è quello di approfondire gli studi e le ricerche che oltre a permetterci di conoscere meglio l'importanza di questi alimenti, aumentano la consapevolezza della loro importanza presso le stesse comunità indigene. Il passo successivo è quello di aiutarli a trovare mercati più ampi per i loro prodotti e per le piante medicinali.

Aggiungo io: forse è anche necessario proteggere gli alimenti tradizionali dalle manovre dell'industria alimentare che con brevetti e tecnologia sta cercando di impadronirsi di questo patrimonio...

Il libro "Indigenous people's food systems" è in vendita sul catalogo on-line della FAO
set 28
2009

Food 4U

Inserito da Flavio in ragazzi

Flavio

E' nota la tendenza, oramai registrata a livello globale, all'incremento dei problemi legati alla malnutrizione, soprattutto tra i bambini ed i giovani.

Food 4U è una campagna di sensibilizzazione promossa dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali italiano e rivolta a studenti europei tra i 14 e i 19 anni.  In questo contesto, il concorso "Food 4U - your food, your body, your video" offre ai ragazzi europei ( sono stati coinvolti oltre 6 milioni di studenti e ben 25.000 Istituti scolastici)  l'opportunità di confrontarsi sulla necessità e l'importanza di una sana e corretta alimentazione attraverso la realizzazione di un video. 

La fase finale si è svolta in Italia con escursioni, laboratori del gusto, stage e, naturalmente, la Rassegna dei video realizzati dai giovani, e la premiazione del video vincitore del FOOD 4U AWARD 2009.

Vale la pena dare un occhiata ad alcuni video prodotti dai ragazzi delle scuole europee  che grosso modo dividerei in due gruppi: il gruppo "mangia sano altrimenti pagherai le conseguenze" al quale appartiene anche il video premiato, e il gruppo "mangia sano e vivrai meglio".

Questo il video "Bill Kill" vincitore del concorso, realizzato dai ragazzi di una scuola portoghese:



Qui invece gli altri video premiati: http://www.food-4u.it/adon.pl?act=src&sid=45
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