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set 04
2010
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Cake Britain, la mostra commestibileInserito da PaoloNelli in arte |
La mostra alla Future Gallery di Londra può essere esemplificativa di come oggi funziona l’informazione. Complimenti non agli artisti, ma agli oganizzatori per la loro capacità di manipolarne i meccanismi. La Future Gallery, a Covent Garden, un minuto dalla metropolitana di Leicester Square, è uno spazio affittabile per uso privato. Se avete un’idea, (e dei soldi, meglio ancora uno sponsor) lo spazio diventa vostro per i giorni che desiderate. Tate, il colosso dello zucchero, ha sponsorizzato la Cake Britain, e la notizia di una mostra d’arte dove gli spettatori potevano mangiare le opere è stata lanciata nell’universo mediatico. Di sito in sito, la catena di apparizioni ha fatto il giro dell’universo infomatico poi cartaceo poi televisivo e radiofonico. La notizia, le parole usate, la foto, sempre le stesse. Nessuna indagine, nessuna presa diretta di informazioni. La pura ripetizione a fare eco al lancio primordiale. A ribattere il concetto di arte commestibile (slogan di successo, che ha irretito anche me) a parlare dell’evento senza che, nella realtà, un vero evento esistesse. Un po’ di torte, bruttarelle, inappetibili, colorate da far accaponare il fegato. Qualche statuina di zucchero a emulare la porcellana e la didascalia che spiega che in altri tempi anche per quello lo zucchero era stato usato. Un cervo dalla faccia preoccupata con le corna di cioccolato. Di veramente commestibile, quando ci sono andato io, c’erano solo dei biscotti a forma di lettere in un grande pannello che doveva avere a che fare, nelle intenzioni, con il caos. Ma i biscotti disponibili erano già esauriti e sarebbero stati riportati il giorno successivo. Poco male.
Un parametro per giudicare l’arte, anche l’arte contemporanea, è la qualità della fattura, dell’esecuzione del prodotto finale. Soprattutto quando l’arte decide di mettersi nelle mani di un oggetto (processo dell’arte di tutti i secoli fino al secolo scorso) e non semplicemente di un’idea. E dal punto di vista strettamente artistico, salverei appunto solo l’idea di arte commestibile, che avrebbe potuto diventare qualcosa di effettivamente interessante. Dei prodotti esposti mi hanno suscitato il sorriso del compiacimento solo dei piccoli hamburger, con tanto di patatine e carta con logo inventati. Una specie di McDonald’s in miniatura. Ben fatto, niente da dire, e almeno l’artista nel creare la sua opera si è allontanato dal modello di torte da pasticceria. Le torte esposte creavano un po’ quel clima da feste di scuola elementare, quando ai genitori si chiedeva di provvedere alle torte e sui tavoli facevano capolino dolci dalle forme umane, biscotti a guisa di pupazzetti con piccole glasse di zucchero colorato per i bottoni, bonbom per gli occhi, la bocca. A scuola, per mangiare, bisognava aspettare la fine di un qualche spettacolo, il permesso delle maestre. Alla Future Gallery bisognava tornare l’ultimo giorno, presumibilmente intorno all’ora di chiusura, dopo che le torte/sculture erano rimaste esposte per almeno quattro giorni, con visitatori che gli passavano accanto, niente protezione o contenitori... Non mi si prenda per l’italiano all’estero ossessionato con il livello di igiene. Sono abbastanza adattabile. Ma voi mangereste un panettone o dei cantuccini o della frutta di marzapane dopo che per quattro giorni se ne sono rimasti esposti (aperti) su un piedistallo? Ma non è questo il punto, d’accordo e il ricavato delle vendite andava in beneficienza.
Nel contemporaneo la linea che separa arte da non arte, in molti casi è data dal semplice fatto che un oggetto, un’opera, diventa appunto oggetto artistico, opera d’arte perché posto nelle condizione (galleria, museo, esposizione) che ne sanciscono uno statuto. In altre parole è arte perché si dice che sia arte, perché è esposta in una galleria che è delegata a elargire il diritto di essere tale. Quindi, giudicata come arte, se tale voleva essere, la Cake Britain era una mostra non riuscita, di qualità scadente, con artisti non all’altezza delle fanfare che gli organizzatori erano riusciti a far suonare prima dell’evento. Personalmente dubito anche che le opere d’arte esposte fossero buone da mangiare. In questo, però, lo ammetto, sono prevenuto e auguro di cuore che le torte abbiano allettato, se non gli occhi, almeno i palati degli usufruitori. E soprattutto non abbiano guastato i loro stomaci.
Paolo Nelli




